Che stranezza scrivere di disturbo borderline! Di solito non scrivo e non parlo spesso di disturbi psicologici. Preferisco lavorare guardando alla salute e al risultato più che al disturbo in sé. Tuttavia…

Una mia cara collega qualche tempo fa…

Una mia cara collega, durante una formazione, raccontò un episodio personale che coinvolgeva un familiare. Disse che al tempo le servì molto avere una diagnosi perché questo le permise di dare un senso al comportamento del familiare. Le era chiaro fin da allora – prima di diventare psicologa – che fosse importante non parcheggiarsi nella diagnosi e non appiccicare in fronte al familiare un’etichetta. L’etichetta, infatti, può creare vissuti di impotenza e rinuncia. Nonostante questo, l’etichetta era un punto di riferimento per capire i comportamenti del familiare e la alleggeriva dal pensare di avere una colpa o non aver fatto abbastanza.

La diagnosi è utile?

Sì, la diagnosi è utile anche se in psicologia la diagnosi non corrisponde sempre a un disturbo. Ci sono alcuni tipi di questioni psicologiche che sono assimilabili a disturbi psichiatrici per i quali una diagnosi è essenziale. La diagnosi serve per coniugare un supporto farmacologico al supporto psicologico.

In altri casi il disturbo, sebbene non nettamente patologico, può avere sfumature che rendono difficile svolgere le attività quotidiane. In queste situazioni è bene per lo psicologo e per la persona avere chiara la situazione clinica per evitare passi falsi.

Diagnosi-Non diagnosi

La psicologia può anche fare diagnosi che io chiamo diagnosi-non diagnosi cioè descrizioni cliniche accurate, ma personalizzate, che non si agganciano a categorie diagnostiche predefinite. Questo tipo di descrizione clinica si ha quando la persona che chiede aiuto non ha una patologia, ma vive una contingente fatica psicologica. Si tratta di situazioni temporanee in cui si possono intrecciare ansia, tristezza, difficoltà relazionali, stress… Oppure disagi sessuali, calo del tono dell’umore, difficoltà decisionali, paura, lutto, rabbia, mancanza di motivazione, noia, confusione… e altro. Gli intrecci di questi aspetti sono pesanti da vivere e necessitano di un supporto e di un percorso psicologico anche se non sono patologici.

Le etichette sono un modo per raccontare il disturbo

Ragionando in termini narrativi, l’etichetta è una storia. Un gruppo di esperti ha scelto delle etichette per raccontare la storia e le caratteristiche di ogni disturbo. All’occhio del professionista l’etichetta contiene tutte le informazioni necessarie per conoscere la “trama” del disturbo.

Ad esempio, disturbo depressivo maggiore, disturbo bipolare, disturbo ossessivo compulsivo e disturbo d’ansia generalizzato sono etichette. Esse propongono al clinico una sintesi del problema della persona e sono un tipo di narrazione del problema.

Ci sono altre narrazioni?

Oh yes! Ci sono tante narrazioni quante sono le persone e forse di più. I nomi tecnici servono tra professionisti o in alcune situazioni in cui la persona ha necessità di conoscere il nome tecnico del suo problema. In tutti gli altri casi, ogni difficoltà psicologica può essere raccontata in modi diversi e personali.

Una narrazione per immagini del disturbo borderline

Il disturbo borderline è un disturbo di personalità che può essere descritto in termini di impulsività e instabilità. La persona con questo disturbo ha frequenti cambiamenti d’umore, volubilità emotiva e comportamentale, ha un mondo interiore in movimento, sempre.

Tralascio volutamente i dettagli più tecnici, tra cui conseguenze e rischi, alcuni gravi, legati a questo disturbo (per i quali puoi chiedermi maggiori informazioni tramite mail). Ti propongo invece, una narrazione meravigliosa di questo disturbo che ho trovato in un libro che narra di tutt’altro.

In questo passaggio ci sono la volubilità e il movimento, i cambiamenti rapidi legati al contesto, alle relazioni e al sentire, le incongruenze. C’è l’eterna adolescenza emotiva e c’è la disillusione della vecchiaia tutto in uno.

E c’è la consapevolezza che tutto questo movimento non è a casaccio, ma sottolinea le “parole” dell’animo border.

Ecco il passaggio in cui ho trovato queste magiche assonanze, tratto da un libro meraviglioso (a mio avviso): Cambiare l’acqua ai fiori, di Valérie Perrin.

Il disturbo borderline è come le mani di Gabriel Prudent.

“Strano” aveva pensato Irène Fayolle, “le mani di quest’uomo non sono invecchiate, si sono rifiutate di crescere, sono mani da giovanotto, da pianista”. Quando Gabriel Prudent si rivolgeva alla giuria, le sue mani si aprivano, quando si rivolgeva al sostituto procuratore si chiudevano, talmente contratte da sembrare rattrappite, come se tornassero alla loro vera età. Quando guardava il presidente si bloccavano, quando osservava il pubblico non riuscivano a stare ferme, come due adolescenti sovreccitate, e quando si rivolgeva all’imputato si giungevano, si rannicchiavano l’una contro l’altra come due gattini alla ricerca di calore. In pochi secondi passavano dalla chiusura alla gioia, dal ritegno alla libertà, poi ripartivano verso una specie di preghiera, di supplica. In realtà le mani non facevano altro che mimare le sue parole.

 

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