Che bella scoperta il safari psicologico! Safari è una parola swahili che deriva dell’arabo safara «viaggiare». Lo dice la Treccani e lo ho scoperto in viaggio, quando, pronta per il mio primo safari, mi sono chiesta perché si chiamasse così.

Safari, viaggiare…

In effetti, una volta provata l’esperienza, confermo che ogni safari – ogni gita per vedere animali nel loro ambiente naturale – è un viaggio. Parti, osservi, scopri, ti lasci sorprendere e, se vuoi, impari qualcosa di nuovo. Ogni viaggio è diverso perché non si sa quali animali si lasceranno guardare, quale clima accompagnerà la gita, quali emozioni si proveranno.

Appurato, quindi, che il significato di safari è decisamente pertinente, la mia mente ha notato – come fa spesso – analogie tra l’esperienza che stavo vivendo e il mio lavoro.

Il safari marino

Ci trovavamo a Knysna, suggestiva zona della Garden route in cui la laguna mimetizza l’oceano possente che si trova subito oltre le Heads, due promontori che incorniciano l’uscita in mare aperto.

Cappellino in testa, crema solare e occhi curiosi che esplorano la superficie dell’acqua. “Lì!”, esclama qualcuno indicando con il dito a dritta e tutti guardano proprio lì, dove è emersa una pinna di squalo oppure si notano giocare dei delfini oppure vi è una foca a caccia…

“Lì!” esclamano, vedendo un movimento, un dettaglio, un segnale che lì sotto c’è qualcosa.

Ti ricordi la metafora dell’iceberg?

In psicologia, una nota metafora è l’iceberg che sta a indicare che la punta dell’iceberg, la parte visibile, è solo una piccola parte di quella montagna di ghiaccio. La metafora vuole suggerire che ciò che noti di te, ciò che conosci, i tuoi comportamenti, pensieri, le emozioni più ricorrenti o i sintomi sono solo una parte della misteriosa montagna della tua identità.

Si tratta della metafora che mette a confronto conscio e inconscio, ciò che è consapevole e ciò che non lo è, ciò che manifesto e ciò che è nascosto.

La metafora dello squalo

Durante quel primo safari – marino – vedendo la pinna di uno squalo, ho pensato all’iceberg: anche quella pinna era solo una parte dell’animale, un segnale che sotto c’era qualcosa di più. Quella pinna mi diceva:” Ehi, qui sotto c’è il resto, qualcosa di vivo, in movimento che può essere pericoloso eppure è affascinante…”

La gobba di un delfino bottlenose mi suggerì qualcosa di simile: “Ehi! Qui sotto c’è vitalità, energia, capacità di stare in relazione con altri come me!” E così una zampetta all’aria di una foca, uno spruzzo in mezzo all’acqua (che chissà cos’era) e l’ombra di un grosso pesce a fianco del motoscafo.

Segnali che vanno e vengono

Va detto che delfini, pinne di squali e altri segnali di questa vita marina vanno e vengono: non li vedi sempre. Puoi stare minuti, anche ore a osservare la distesa d’acqua senza che appaia uno di questi indicatori di vita sommersa.

Allo stesso modo, durante il safari di terra, puoi passare più e più volte davanti a un ghepardo senza vederlo perché è ben mimetizzato oppure un leone può scegliere di non uscire allo scoperto. Alcuni animali, poi, si attivano di notte e se stai girando di giorno, bè, non li vedrai! Anche se ci sono, potresti non notarli.

Ecco la connessione con la psicologia!

Come premesso, questo viaggio chiamato safari mi ha ricordato la psicologia. La ricorda anche a te? Mi è parso che sia prima, sia durante un percorso psicologico ciò che attira l’attenzione ricordi la pinna dello squalo o la gobba del delfino.

Ansia, sintomi depressivi, paura, rabbia, gelosia, insicurezze… sono segnali che, sotto, c’è qualcosa di vivo, in movimento, che va avvistato e osservato per conoscerne la natura. Quella forma scura che spunta dalla superficie come si muove? Di cosa è indicatore? Sarà la pinna di uno squalo o di un delfino? Sarà la zampetta vivace di una foca?

Ogni tanto non si vede niente nel tuo oceano psichico e nella tua savana emotiva e hai il tuo bel guardare! Sai che qualcosa c’è eppure non vedi nulla, perché ciò che c’è non si lascia scorgere o, forse, non è il momento giusto per vederlo.

Il safari psicologico

Così, tra un emozionante avvistamento e l’altro, ho capito che un percorso psicologico è un safari psicologico. Da oggi, per me, partono i safari psicologici. Mi diverto a immaginare il mio ruolo come quello del ranger che guidava la jeep e che conosceva i posti di avvistamento, orari migliori, abitudini degli animali. Sapeva quando fare una pausa e quando darci dentro con la ricerca, dava spiegazioni e al tempo stesso si lasciava sorprendere dall’unicità di ogni singolo safari.

Stai per iniziare un safari psicologico?

Sarai in viaggio, cercherai segnali oppure darai una forma e un senso ai segnali che avevi visto già da te. Ogni tanto non vedrai ciò che cerchi, ogni tanto ti capiterà un avvistamento talmente accurato da essere appagante. Comunque sia, sotto i segnali c’è qualcosa di vivo e in movimento. Nel tuo safari psicologico ne scoprirai finalmente la natura.

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