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Lo scorso anno, più o meno in questo periodo, mi sono appassionata di silenzio.

Tutto è nato leggendo un libro di Kankyo Tannier: La cura del silenzio.

Non è vero, tutto è nato perché mi era presa l’ansia. Una questione di salute, imprevista e dagli sviluppi – tuttora – imprevedibili, mi aveva portata a vivere con ansia accertamenti, opinioni mediche, esiti d’esami.

Le mie tecniche usuali

Le mie tecniche usuali, rodate, mi aiutavano parecchio, ma desideravo di più. Sai, credo che possa capitare agli psicologi di essere già molto allenati in alcuni esercizi e nell’utilizzo di alcune tecniche e che questo crei una sorta di memoria nell’organismo per cui ci sia bisogno di più.

Less is more

Nelle mie riflessioni, mi chiesi se davvero avevo bisogno di qualcosa in più, o, invece, in meno. La ragione di questo pensiero era legata a una sorta di rumore di fondo, che sentivo come se fosse dentro di me, che mi rendeva inquieta e attiva anche a riposo e disturbava i momenti di cercata tranquillità. Desideravo ridurlo, in qualche modo.

Una citazione di Pascal

In alcuni momenti, a sorpresa, mi vengono in mente citazioni imparate chissà quando e chissà dove e, proprio pensando al rumore di fondo che notavo influenzare le mie giornate, mi arrivò come un buffetto sulla guancia una frase di Pascal, tratta – credo – dalla sua opera Pensieri:

Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una cosa sola: la loro incapacità di starsene tranquilli in una stanza.

Provai a digitarla in Google, perché non la ricordavo esattamente e Google mi restituì, tra le altre cose, il titolo di un libro che conteneva questa citazione. Per l’appunto, La cura del silenzio di Kankyo Tannier.

La cura del silenzio funziona?

Sì, funziona. It works, come dicono gli inglesi. La proposta di cura di Tannier è delicata e a tutto tondo e rende possibile, già dalle prime righe, un’applicazione agevole del silenzio, nel modo che ti piace di più.

Silenzio. Mediatico, quando le notizie stressano. Social, quando l’interazione ha bisogno di essere messa in pausa. Professionale, parlando meno e ascoltando di più. “Interiore”, lasciando che l’emozione osservata emerga e svanisca da sé…

Ok, pare nulla di diverso da tutti i tipi di tecniche che già conoscevo e che non sembrano invitare a nulla di meno. Pare molto simile anche a diversi approcci meditativi. Eppure… qualcosa di diverso c’è, a mio avviso.

Non cercare, ma sentire il silenzio

L’elemento di novità per me è stato quello di non cercare, ma sentire, il silenzio.

Ascoltarlo o ascoltarne l’illusione, dato che i fisici ci confermano che ci sono rumori che non percepiamo, pur essendo presenti. Ascoltando ho scoperto che alcune parti di me stanno in silenzio senza grande difficoltà, mentre altre fanno un chiacchiericcio continuo e che quando provo rabbia il mio petto è chiassoso, quando provo ansia la mia pancia bisbiglia spaventata, quando arriva la tristezza il mio corpo rimbomba, cupo.

Ho sentito il silenzio, senza cercarlo o senza cercare di riprodurlo, ma permettendo al mio corpo di concederselo. Un lavoraccio, sia chiaro! 😉

Ma non sono stata sola…

Mi hanno aiutata le persone a me care con la loro presenza, le parole e i silenzi al punto giusto e al punto sbagliato, la quotidianità.

Mi ha aiutata Elisa Zanoni, operatrice di Hadoshiatsu.

Elisa è una cara amica  e collaboratrice e mi ha aiutata a sentire e ascoltare il silenzio attraverso i suoi trattamenti e attraverso una metafora che mi è parsa utilissima.

Hai il corpo piuttosto freddo… ricorda che un corpo freddo potrebbe avere tanta energia dentro: anche l’universo è freddo.

La sua metafora mi ha permesso di avvicinarmi al silenzio rumoroso dell’universo, accettando i rumori nascosti delle mie emozioni, le vibrazioni delle paure e i tonfi di tristezza.

Una volta che mi fui connessa a questa metafora, ruzzolando elegantemente fino a me sono arrivati l’aiuto di William Blake e di Mario Venuti.

Williamo Blake mi ha aiutata così:

Vedere un mondo in un granello di sabbia

e un cielo in un fiore selvatico,

tenere l’infinito nel cavo della mano.

Mario Venuti, così:

Perché questa condivisione?

Condivido proprio ora questi pensieri perché, dopo un anno di esperimento, posso dire che il silenzio è uno strumento potente che aiuta a riconnettersi con se stessi e, di conseguenza, anche con gli altri.

Condivido ora perché, nonostante qualche punto di divergenza tra il metodo di Tanner e le mie scelte applicative del metodo, lo suggerisco.

Condivido ora anche perché ho integrato alcuni aspetti di questo metodo alle tecniche di rilassamento e ne sono usciti un training autogeno e un focusing potenziati… all’infinito! (o quasi 😉 )

Per saperne di più…






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