Da qualche tempo osservo un fenomeno riguardo all’espressione “Ti voglio bene“: Qualche giorno fa, ho letto una riflessione simile in un libro di Nick Hornby (Lo stato dell’unione: scene da un matrimonio). La questione è delicata e anche impopolare, eppure ci tengo a scriverne.

Esprimere e reprimere le emozioni

Quando ero piccola, non era così scontato esprimere i propri sentimenti e le emozioni. I pensieri avevano acquisito già un certo prestigio nella società perciò si esprimevano. Le emozioni un po’ meno.

Ti sarà capitato di sentirti dire di non piangere, non arrabbiarti o di non essere triste. Sebbene questi inviti da parte della società avessero un’intenzione positiva, di rassicurazione e protezione, hanno insegnato alle persone a reprimere o sopprimere le proprie emozioni. Dato che le emozioni sono messaggi da parte dell’organismo, biologicamente programmate, quando arrivano sarebbe meglio esprimerle [NdA: regolandone l’espressione comportamentale].

Esprimere i sentimenti

Allo stesso modo, è buono esprimere i propri sentimenti ed è buono che la società attuale abbia aperto su questo aspetto abituando le persone a mostrare e dimostrare l’amore. L’espressione dei sentimenti passa attraverso gesti, come un abbraccio o una carezza e attraverso le parole, come un “Ti voglio bene“.

L’abuso del “Ti voglio bene”

Ho notato che il “Ti voglio bene” è piuttosto abusato. Viene utilizzato come un intercalare, di solito associato a un saluto, come frase fatta automatica, robotica.

  • Ciao, ti voglio bene!
  • Ti mando un abbraccio, ti voglio bene
  • La zia ti vuole bene, a dopo!

Un poco mi fa pensare a una certa insicurezza nella propria capacità di mostrare amore – se si ha bisogno di ripeterlo ogni 2 X 3 forse si crede di non darne abbastanza? Che non si noti abbastanza? Insomma, mi pare una sorta di ricerca di conferme… –

Per lo più, comunque, questo intercalare buttando lì una frase così importante mi preoccupa rispetto al coinvolgimento emotivo e all’autenticità dei sentimenti. In particolare ipotizzando che i bambini di oggi sono soggetti a questo intercalare e potrebbero svilupparne un’ “assuefazione” che riduce i sentimenti a uno scambio di parole pre-programmate, come si fosse dei robots.

Da non dirlo mai ad abusarne

Potresti pensare che tu, ai tuoi genitori, “Ti voglio bene” non lo hai detto mai. Forse nemmeno io. Ma dal non dirlo mai ad abusarne nell’intercalare, possiamo trovare misure migliori, che salvano l’umanità.

Sento bambini usarlo con leggerezza, perché i loro genitori stanno esagerando con la dose giornaliera di “Ti voglio bene”. L’esito è un’anestesia a questa frase, la perdita del significato profondo che porta, un amore senza coinvolgimento.

A me dispiacerebbe un mondo in cui l’amore – in tutte le sue forme – fosse senza coinvolgimento.

Un amore di superficie

Il mio pensiero – discutibile e forse impopolare, come ho scritto in premessa – è che si rischi lo sviluppo di sentimenti superficiali. Se il “Ti voglio bene” è buttato lì, a fine discorso, come una sorta di rituale, chi riesce più a coglierne la potenza emotiva? Cribbio, ti si sta dicendo che ti si vuole bene! Bene! E la risposta, senza coinvolgimento, senza pathos, senza emozione, senza connessione con il pensiero, scivola dalla bocca, in automatico: “Anche io, ciao a dopo!”

Il problema non sta nelle parole in sé, ma in quello snocciolarle come frasi di circostanza fino a diventare vuote.

… Come fossero cose di poco conto… e questo mi fa venire i brividi!

Potresti dire che sono una sognatrice (Cit.), ma se ti piace pensare a un mondo in cui l’amore non sia scontato, osserva il tuo intercalare! Magari anche a te scappano un sacco di “Ti voglio bene” qua e là e per far sì che esprimano davvero i tuoi sentimenti, potrebbe aiutare non dirli con leggerezza e tenerli da parte per i momenti in cui contano davvero.

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