francesca-fontanella-psicologo-lettera-di-una-donna-che-vorrebbe-fare-la-mamma-e-non-può

Salto la premessa e presento, direttamente, questa toccante lettera che ha scritto una donna di 45 anni. Avrebbe desiderato la maternità – fare la mamma -, ma non ha potuto realizzare il suo desiderio. La lettera resterà anonima, su richiesta dell’autrice.

La lettera

Ho 45 anni. Tanti per dirmi giovane e per poterci ancora credere e, poi, già da tempo ho smesso di credere in ciò che non c’è. Babbo Natale e la Fatina dei Denti, per esempio; gli gnomi e Hello Spank, il vissero felici e contenti per sempre. Si chiama crescere, dicono e io sono cresciuta. Non ho potuto crescere un figlio e questa è – forse è stata – l’amarezza più grande.

Mi salta la mosca al naso ogni volta che qualcuno mi dice che mi sono realizzata professionalmente, che sono una bella donna e che io e mio marito siamo una coppia da invidiare. Forse non è loro chiaro che ruolo, soldi e bellezza mi interessano poco e che, di tutto questo, ciò che conta è la relazione con mio marito. Sì, siamo stati bravi a reggere tutte le vicissitudini e oggi che, dopo l’isterectomia, sappiamo che i figli non arriveranno, oggi che siamo vecchi per pensare seriamente a un’adozione, sappiamo che la nostra famiglia siamo noi due. Forse lo abbiamo sempre saputo e per questo ci siamo tenuti vicini.

La perdita

Questa lettera è per raccontarti della perdita. Vuoi sapere cosa ho perso? Prima di tutto un sogno. Ho perso la serenità per tanti anni, ho perso la possibilità di stringere al petto un bimbo, di brontolare perché non dorme o non mangia, di fare una passeggiata con la carrozzina. Ho perso la possibilità di stare a casa, un mese o un anno, chi se ne importa, per festeggiare il mio bambino. Ho perso la possibilità di arricchire la mia identità con un ruolo in più e, ora, anche un pezzo fisico della mia femminilità.

Ho perso un figlio, mille figli, tutti quelli che non è stato possibile accudire e crescere. Tutti quelli ai quali non ho potuto fare da mamma. Se stai pensando che esagero, che mi piango addosso, che sono presuntuosa, sei tra i tanti che mi hanno considerata in questo modo. Tanti, forse, è un’esagerazione, ma, credimi, è più frequente essere messe a tacere quando si protesta o ci si lamenta che essere ascoltate.

Anche io iniziavo a criticare me stessa e la mia sofferenza, pretendendo da me un’accettazione che non potevo dare.

Il percorso di accettazione

E, poi, ho incontrato la psicologia. Ho iniziato un percorso che cominciai sbraitando che non avevo bisogno di aiuto contro chi mi diede il biglietto da visita della sua psicologa. Il percorso è finito con la gratitudine che mi porta a scrivere questa lettera di condivisione e con un cambiamento importante per me: proprio quell’accettazione che non potevo dare. Accettazione, non rassegnazione, come dice la psicologa. Altrimenti, tu che leggi potresti pensare di non potercela fare. Invece ce la farai, perché ce l’ho fatta io.

Ce l’ho fatta perché ho scoperto che quanto più protesto per qualcosa, tanto più quella cosa è importante per me. Le mie continue lamentele – che gli altri criticavano – erano un modo per sottolineare quanto ci tenessi ad avere un figlio. A fare la mamma. Ho scoperto di non essere una donna che si lamentava a vanvera, ma una donna con un grande desiderio. Fa già la differenza, per lo meno nel rispetto che ho iniziato ad avere per il mio desiderio.

Perchè il desiderio di fare la mamma?

Ho imparato a chiedermi perché fosse proprio così importante per me fare la mamma e, tra le tante, tantissime motivazioni ne spiccò una. Credimi, non è da far girare la testa, ma è la mia motivazione. Per favore, non la criticare, perché, per me, è come aver dato vita a una figlia.

La mia motivazione è che avrei voluto vivere anche questa esperienza, con mio marito, in una vita che è breve e dà quel che può. Mi sarebbe piaciuto, nulla più, avere la fortuna di fare questa esperienza. Il senso della mia motivazione è che mi è più facile accettare di non aver fatto un’esperienza, piuttosto di fare i conti con la sua perdita.

Mi è più facile accettare di non aver guadagnato un’esperienza, che non di averla persa. Non la ho persa perché non la ho avuta. Non ho avuto fratelli, anche se mi sarebbe piaciuto. Non ho fatto il liceo artistico, anche se mi sarebbe piaciuto. Non ho i capelli biondi, anche se mi sarebbe piaciuto.

Non chiedermi perché, eppure… questo pensiero mi ha permesso di accettare che non ho potuto fare la mamma, anche se mi sarebbe piaciuto.

Con affetto, X

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