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Si narra che…

C’era una volta un Re che aveva tre figlie. Questo Re, in base al suo umore, era solito sedersi su troni di colori diversi. Tra questi, il trono nero era il trono delle giornate in cui il Re provava Collera.

Un giorno il Re si sedette proprio sul trono nero e la figlia maggiore si avvicinò a lui chiedendo: “Signor Padre, è arrabbiato con me che la vedo seduta sul trono nero?”

Il Re risposte: “Sì con te”

“Ma perché Signor Padre? E sì che le le voglio bene!”

“Bene quanto?”

“Come il pane!”

Il Re si compiacque della risposta.

Venne la figlia di mezzo e anch’essa domandò: “Signor Padre, è arrabbiato con me che la vedo sul trono nero?”

Il Re risposte: “Sì con te”

“Ma perché Signor Padre? E sì che le le voglio bene!”

“Bene quanto?”

“Come il vino!”

Il Re si compiacque della risposta.

Fu la volta della figlia minore che domandò: “Signor Padre, è arrabbiato con me che la vedo sul trono nero?”

Il Re risposte: “Sì con te”

“Ma perché Signor Padre? E sì che le le voglio bene!”

“Bene quanto?”

“Come il sale!”

Il Re, a questa risposta, si infuriò e ordinò che la figlia fosse condannata a morte. La fiaba narra che con l’aiuto della madre e grazie ad una serie di fortunate coincidenze, la giovane principessa si salvò -all’insaputa del padre- e fu sposa del principe di un altro regno.

E che fece la giovane?

Dopo le nozze, organizzò un banchetto per tutti i Re dei dintorni e invitò il padre. Con la complicità della suocera, si ritirò nelle sue stanze per non farsi vedere dal padre, al quale vennero servite tutte le pietanze senza sale.

Il Re non riuscì a mangiare nulla e mentre rifiutava le portate dopo averne assaggiato un solo boccone, ricordò la risposta della figlia e si disperò per la sua decisione di averla condannata a morte. Neanche a dirlo, a quel punto la principessa sbucò fuori da un angolino e padre e figlia si abbracciarono e riconciliarono.

Questa storiella, con lieto fine nonostante la sua durezza, mette in rilievo un aspetto importante della comunicazione e delle relazioni: l’esplorazione dei significati personali.

Se il Re si fosse premurato di chiedere alla figlia cosa intendesse con la sua risposta, avrebbe inteso il valore del sale e la portata del suo amore per lui.

Nel quotidiano, è piuttosto comune fare come il Re ossia attribuire alle parole degli altri il significato che noi attribuiremmo loro. Qualora le parole suscitino disappunto, dubbio, offesa…può essere utile chiedere all’interlocutore cosa desideri comunicare. Il Re della storia avrebbe potuto, ad esempio, chiedere:

  • “Com’è per te il sale?”
  • “Ti piace il sale?”
  • “Puoi spiegarmi il significato che ha per te questa risposta?”

Le domande sono uno strumento prezioso per:

  • Rispettare il punto di vista dell’altro
  • Concedersi di non giudicare
  • Capire davvero quello che l’altro desidera comunicare
  • Evitare fraintendimenti e gestire i conflitti

La prossima volta che riceverete una risposta che non vi piace, concedetevi il gusto di esplorarla! 😉

Dott.ssa Francesca Fontanella

Riferimenti Bibliografici

Calvino, I. (1956). Fiabe Italiane. Einaudi Editore.

Castanyer, O. (2006). L’assertività: espressione di una sana stima di sé. Cittadella.

Rosenberg, M. B. (2012). Il linguaggio Giraffa. Esserci Edizioni.

Sclavi, M. (2003). Arte di ascoltare e mondi possibili. Bruno Mondadori.

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